Diocesi di Termoli Larino

Il Progetto Policoro, speranza del Sud per il Paese

1. Il sogno di don Mario



Il Progetto Policoro è il sogno di don Mario Operti per i giovani disoccupati del Sud. Questo sogno è diventato realtà, germogliando come speranza nei cuori di tanti giovani del Paese.In questi anni, la Chiesa continua a dare ai giovani la stessa risposta data da Pietro allo storpio seduto alla Porta Bella del Tempio di Gerusalemme: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!» (At 3,6). La Chiesa dona il Vangelo che è Gesù e, sull’esempio del suo Signore, il Buon samaritano della storia, si prende a cuore queste forme, nuove e antiche, di povertà e inventa nuove forme di solidarietà e di condivisione nella certezza che «è l’ora di una nuova fantasia della carità» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 62).

Nella convinzione di «stare dentro la storia con amore» (Con il dono della carità dentro la storia, 6), subito dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Palermo, l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, il Servizio Nazionale di pastorale giovanile e la Caritas Italiana si incontrano a Policoro (MT) il 14 dicembre del 1995 con i rappresentanti diocesani di Calabria, Basilicata e Puglia per riflettere sulla disoccupazione giovanile nella sicura speranza che «Il Paese non crescerà se non insieme» (La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 8). Nasce così il Progetto Policoro, iniziativa ecclesiale fondata sulla presenza ai vari livelli dei tre uffici promotori, che assieme alle associazioni e con l’apporto competente degli animatori di comunità agiscono in sinergia per evangelizzare, educare, esprimere gesti concreti (idee imprenditoriali e reciprocità).

2. La fiducia della Chiesa italiana

La Chiesa italiana ha rinnovato più volte la sua fiducia verso il Progetto Policoro:

«Sentiamo così di condividere la speranza con i tanti giovani che sono in ricerca di un lavoro, o con tutti quei lavoratori che faticano a trovare punti di riferimento nella complessità e precarietà del mondo del lavoro» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2001, 61).

«Continua inoltre, ormai da otto anni, l’esperienza del “Progetto Policoro”, spazio di evangelizzazione, formazione e promozione umana dove si mettono alla prova, con la necessaria umiltà, strade nuove e soluzioni inedite intorno al grave problema della disoccupazione. Così le nostre comunità ecclesiali investono sulle capacità dei giovani di promuovere un autentico sviluppo e di dare una testimonianza cristiana caratterizzata dalla solidarietà e dal rispetto della legalità» (Card. Camillo Ruini, Prolusione all’Assemblea Generale, 19 maggio 2003, 5).

«è un’iniziativa che presuppone e promuove una cultura nuova fatta di fiducia, di relazioni, di reciprocità, di legalità, di responsabilità» (S.E. Mons. Arrigo Miglio, Progetto Policoro: valutazione e prospettive a dieci anni all’avvio, Assemblea Generale, 14-18 novembre 2005).

«Un pensiero particolare va ai Confratelli del nostro Sud che da anni si stanno prodigando attraverso intelligenti azioni di formazione e talora anche di sostegno concreto per garantire ai giovani un futuro nelle loro terre. Tali iniziative – com’è noto − sono sostenute con convinzione dalla nostra Conferenza Episcopale tramite il “Progetto Policoro”. Siamo certi che le devastazioni e le intimidazioni che vengono inflitte dalla malavita locale non ostacoleranno il processo di sviluppo nella legalità, e che non verrà a mancare il sostegno e la solidarietà di tutti» (Card. Angelo Bagnasco, Prolusione all’Assemblea Generale, 21 maggio 2007, 9).

«La Chiesa non ha ricette tecniche, ma il Papa ha bene evidenziato un principio, quello della dignità della persona, che deve rimanere centrale. Nell’epoca moderna, poi, lo sforzo della Chiesa è stato proprio quello di operare alla radice della povertà, indicando criteri di intervento e sollecitando tutti alla cooperazione. Talvolta si è adoperata anche per creare occasioni di lavoro. Penso alla promozione delle cooperative e di piccole imprese. Penso al Progetto Policoro della Chiesa italiana, come a tante altre iniziative delle associazioni cattoliche. Magari sono piccoli nu-meri nel complesso dell’occupazione, ma rappresentano risposte concrete e linee di indirizzo, una ricchezza offerta a tutto il Paese» (Card. Angelo Bagnasco, Avvenire, 30 dicembre 2008, p. 3).

3. Lavorare insieme nella certezza della speranza

Nel realizzare il Progetto, la Chiesa non è mossa da ambizione di prestigio o di potere, ma unicamente dalla «cura e responsabilità per l’uomo» (Centesimus annus, 53), per ogni uomo concreto, amato e redento da Cristo. E dal mistero di Cristo trae la luce per illuminare la vera identità dell’uomo e orientare il suo cammino storico. Segnata dalla Croce di Cristo, la Chiesa annuncia a tutti gli uomini che la passione di Dio è l’uomo vivente.

L’intuizione fondamentale del Progetto, ricchezza della Chiesa Cattolica offerta a tut­to il Paese, è la collaborazione tra soggetti diversi per un unico impegno: l’evangelizzazione. Il metodo è quello di imparare a lavorare insieme (a livello nazionale, regionale, diocesano) seguendo un progetto comune; lo stile è quello di aiutarsi a crescere insieme nel rispetto reciproco delle specificità e competenze, nella solidarietà e nella comunione; la virtù cristiana che lo sostiene è la speranza. La collaborazione tra diversi uffici pastorali stimola la sinergia tra associazioni e organizzazioni presenti sul territorio e li spinge a operare in reciprocità con i diversi territori del Nord e del Sud. Attraverso un metodo globale (evangelizzazione, formazione, gesti concreti di solidarietà e di reciprocità) che investe la persona nella sua interezza e la società nelle diverse realtà (ecclesiale, istituzionale, associativa) si realizzano così opere concrete, capaci di far germogliare speranza e sviluppo.

In ogni diocesi il Progetto rappresenta una novità e un’opportunità per la diocesi stessa, un lavoro di sinergia fra uffici diversi: l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, il Servizio Nazionale di pastorale giovanile e la Caritas Italiana, solitamente non abituati a lavorare insieme su un progetto di grande respiro; novità per i territori che sperimentano una Chiesa locale presente nell’ambito del lavoro nella prospettiva della speranza, del futuro, con particolare riferimento ai giovani; novità per enti ed associazioni che ricevono dalla Chiesa una proposta di collaborazione per operare ciò che fanno ordinariamente, ma con una motivazione in più o, se si vuole, diversa. La collaborazione tra le diverse pastorali e il coinvolgimento delle associazioni laicali è un vero segno di novità, e va nella direzione di quella conversione pastorale auspicata dai vescovi italiani a Palermo (1995) e sviluppata nell’ultimo Convegno ecclesiale nazionale di Verona (2006). Il lavoro in rete è un concetto fortemente legato alla natura pastorale del Progetto. Non si può essere legati al proprio interesse, individuale o associativo, se ciò che ci muove a “fare” il Progetto è il Vangelo e, quindi, uno spirito di comunità, ispirato alle prime comunità cristiane in cui: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (At 2,44).

4. Il servizio delle associazioni e delle istituzioni laicali

La partecipazione delle associazioni e delle istituzioni laicali nella realizzazione del Progetto è sostenuta da una fondamentale intuizione: «Nel Sud è esigenza primaria una nuova carica di fiducia per un cammino di speranza. Bisogna moltiplicare i soggetti, i contenuti e gli spazi per una “ministerialità” di servizio e di liberazione» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 29). Da questa esigenza di soggetti impegnati nella ministerialità di servizio e di liberazione, situato nella prospettiva della «finalità specificatamente religiosa dell’evangelizzazione» (Evangelii nuntiandi, 32), prendono corpo le forme particolari di organizzazione a rete, tra le varie aggregazioni laicali di ispirazione cristiana, chiamate filiere: una prima filiera costituita dalle associazioni di evangeliz-zazione e promozione umana e una seconda filiera specializzata nei vari settori economici e sociali (cooperazione, impresa, microcredito).

Queste filiere di aggregazioni laicali sono per le comunità ecclesiali un grande tesoro; «hanno permesso la formazione di persone che hanno saputo, nei vari ambiti della vita, essere testimoni del Signore, nella fedeltà alla storia degli uomini nella quale erano immersi» (Mario Operti, Laici adulti per un rinnovato impegno sociale, p. 31).

Attualmente il Progetto può contare sulla fattiva collaborazione di associazioni laicali che ispirano il proprio agire sul prezioso patrimonio della Dottrina sociale della Chiesa: Gioventù Operaia Cristiana (GiOC), Movimento lavoratori di Azione Cattolica (Mlac), Giovani delle Acli (GA), Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (Acli), Confcooperative - Inecoop, Coldiretti, Cisl, Banche di Credito Cooperativo, Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (Ucid).

Il Progetto nel riconoscere il ruolo del laicato e delle aggregazioni laicali in una prospettiva di comunione e di sinergia, non soltanto apprezza la lunga e ricca tradizione del movimento cattolico in Italia, ma pone le premesse indispensabili per una comunità ecclesiale più coraggiosamente ispirata alla tradizione apostolica e per una società civile animata e resa protago-nista dal basso.

Ogni associazione laicale partecipa, secondo il proprio carisma specifico, «all’elaborazione e alla realizzazione dei progetti particolari, nella comune volontà di dialogo superando incompren-sioni e resistenze, nel riconoscimento reciproco delle proprie tradizioni e peculiarità, nella disponibilità a comunicarsi i rispettivi progetti ed interessi, nel consentire ad ognuno di approfondire il proprio carisma, nella disponibilità a crescere insieme senza rivalità o gelosie, nel sostenersi a vicenda con spirito di emulazione e di vera competizione nel bene» (Quaderni CEI, Anno IV, n. 3, febbraio 2000, Sesto vademecum, pp. 102-103).

A proposito dell’impegno delle associazioni, don Mario soleva affermare: «Se tutti fanno tutto, alla fine si entra in rotta di collisione. Se ognuno fa ciò per cui è nato e se ognuno mette a disposizione di tutti la propria identità e missione, allora nasce veramente un mosaico che è icona della Chiesa» (Quaderni CEI, p. 103). Bisogna convincersi che il futuro dell’associazionismo laicale è nella collaborazione con i vari settori della pastorale.



5. Gli animatori di comunità

La formazione e l’educazione nei confronti del lavoro stimola i giovani a farsi compagni di strada di coloro che sono in difficoltà. Gli animatori di comunità sono laici responsabili che in profonda sintonia con le tre pastorali e le filiere delle associazioni agiscono per un’adeguata promozione del Progetto nella diocesi. Appare opportuno verificare che i giovani abbiano una formazione valoriale di base e sensibilità umana e sociale per attivare reti sul tema del lavoro.

Il Catechismo degli Adulti ci propone un’immagine che descrive i cristiani impegnati nel sociale e che ben si addice agli animatori di comunità: «La carità li muove ad agire secondo una logica di servizio, con la maggior competenza possibile, con attenzione costante alle persone, specialmente a quelle che non contano, agli ultimi. Li fa disponibili al dialogo e alla collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. La speranza li rende tenaci nell’azione, pazienti nella sofferenza, modesti nel successo, aperti a ogni nuova possibilità di bene. Così ciascuno per la sua parte concorre, “con l’energia ricevuta da Dio” (1Pt 4,11), a edificare la città dell’uomo, come concorre a edificare la Chiesa» (La verità vi farà liberi, 1093).

Nell’arco temporale di tre anni, gli animatori svolgono i seguenti compiti:

- collaborare attivamente con le tre pastorali, di cui una svolge la funzione di tutor, al fine di rispettare la natura ecclesiale del Progetto e garantire il coinvolgimento sinergico delle pastorali;

- curare reti per lavorare insieme con le associazioni presenti sul territorio e che aderiscono alle filiere dell’evangelizzazione e della formazione;

- partecipare assieme agli altri animatori agli incontri formativi nazionali e regionali per crescere insieme nella consapevolezza ecclesiale e per offrire un servizio competente;

- acquisire informazioni utili per organizzarle e metterle a disposizione dei giovani e far crescere una maggiore consapevolezza circa le opportunità legislative (comunitarie, nazionali e regionali) relative alla possibilità di accesso nel mondo del lavoro;

- contrastare il “mito” del lavoro dipendente e del posto fisso e operare negli spazi dell’esclusione sociale e della disabilità per costruire nuova cittadinanza verso i soggetti deboli;

- assicurare un raccordo tra i giovani e i diversi soggetti, pubblici e del mondo associativo organizzato, in particolare di quelli coinvolti nel Progetto e orientare verso la realizzazione di gesti concreti (idea imprenditoriale e rapporti di reciprocità);

- scoprire e valorizzare le potenzialità dei giovani e delle risorse del territorio;

- coinvolgere negli scambi di reciprocità e solidarietà i gesti concreti già sviluppati sul territorio;

- garantire il servizio di animazione territoriale presso scuole, parrocchie e gruppi ecclesiali della diocesi, relativamente alle tematiche occupazionali;

- relazionare mensilmente e puntualmente sulle attività svolte in un’ottica educativa: per rendere conto del proprio operato (livello personale - trasparenza e legalità), per condividere ciò che si realizza e sviluppare nuove partecipazioni al Progetto (livello diocesano - collaborazione e condivisione), e per facilitare l’acquisizione complessiva del lavoro svolto sul territorio (livello nazionale - solidarietà e reciprocità);

- accompagnare l’animatore di comunità successivo in un graduale inserimento nelle attività della diocesi trasmettendogli il bagaglio relazionale ed esperienziale acquisito, a tal fine appare più utile partire con un impegno di 12 ore nel primo anno e di 24 ore nel secondo e nel terzo, ciò permette di valorizzare adeguatamente l’esperienza acquisita dall’animatore nella fase centrale e finale del suo percorso di formazione.



6.1. Evangelizzare il lavoro e la vita

Nell’evangelizzazione dei giovani disoccupati si parte da una constatazione di fondo: se anche non avessimo altro da offrire ai giovani in cerca di lavoro, il Vangelo è sempre una grande speranza e ci incombe l’obbligo, ma soprattutto la gioia di annunciarlo ai giovani con forza, per rigenerare in loro la vita e far loro sperimentare la liberazione e la salvezza. Anche se i giovani non lavorano, in quanto cristiani sono chiamati da Dio alla speranza, alla santità, alla generosità, a farsi prossimo (cfr Primo vademecum del Progetto Policoro, giugno 1996, pp. 5-9).

La priorità dell’evangelizzazione nel Progetto risponde all’esigenza di un autentico annuncio evangelico e di una formazione catechistica adeguata alle varie età e situazioni della vita, che tenga conto dei problemi quotidiani delle persone, prima di tutto del lavoro o della disoccupazione, e che ha come centro la persona di Gesù Cristo: «Al centro stesso della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazareth» (Catechesi tradendae, 5).

«L’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo. Per questo l’evangelizzazione comporta un messaggio esplicito, adattato alle diverse situazioni, costantemente attualizzato, sui diritti e sui doveri di ogni persona umana, sulla vita familiare senza la quale la crescita personale difficilmente è possibile, sulla vita internazionale, la pace, la giustizia, lo sviluppo» (Evangelii nuntiandi, 29).

Il Progetto è un piccolo segno che si spinge sulle frontiere avanzate dell’evangelizzazione: disoccupazione, usura, minori sfruttati, disabili, lavoro nero. In questi luoghi, dove la dignità delle persone è calpestata, il Vangelo realizza il cambiamento, libera dall’oppressione, conduce nella direzione della gioia e della speranza.

Evangelizziamo il lavoro quotidiano nella testimonianza che è «presenza, partecipazione, solidarietà» (Evangelii nuntiandi, 21), con uno sguardo positivo sul tempo attuale, con la capacità di osservare l’evoluzione del lavoro nella sua complessità e raccontando nuovi cammini di speranza nel lavoro. Annunciamo il Vangelo della vita e testimoniamo il Risorto nei luoghi del lavoro, raccogliendo dalla festa, che vive della domenica, una ragione e un senso rinnovato.

Lo stile è quello di essere incarnati sul territorio nella fedeltà al Vescovo, alla diocesi (alle sue tradizioni e alla sua storia), alla Dottrina sociale della Chiesa nel tentativo di coniugare insieme la testimonianza delle opere di giustizia, legalità e solidarietà con l’annuncio del Vangelo, in un processo in cui le presenze laicali dialogano tra loro, entrano in rapporto fecondo con le diocesi per superare la tentazione dell’autoreferenzialità, dello spirito di conquista, e nella continua tensione tra memoria del passato, impegno nel presente e apertura al futuro coscienti che: «I cristiani dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo» (Lettera a Diogneto, V,9).

6.2. Educare e formare le coscienze

Nelle iniziative per la formazione e l’educazione delle coscienze, al fine di superare la disoccupazione, il lavoro nero o precario, si avvalora la necessità di un radicale cambiamento di mentalità e di cultura che porti il giovane ad attivare le sue potenzialità in un’ottica di imprenditorialità personale. A tale scopo, si realizzano corsi formativi e informativi per diffondere una nuova mentalità verso il lavoro, ispirata ai valori umani e cristiani della solidarietà e della cooperazione. Ai corsi collaborano le associazioni di ispirazione cristiana, che operano nel settore cooperativo, della formazione professionale, dell’imprenditorialità giovanile e del terzo settore (cfr Primo vademecum, pp. 9-12).

Il Progetto punta a rendere i giovani del Sud, spesso vittime della rassegnazione, della violenza e dello sfruttamento, autentici protagonisti del rinnovamento della loro terra nel «farsi costruttori di una nuova società» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 30). Basandosi sull’educazione dei giovani e sul loro attivo coinvolgimento nel processo educativo, il Progetto rende possibile un cambiamento autentico di mentalità, che si esplicita nelle opere realizzate: il Vangelo annunciato al cuore dei giovani, cambia la loro mente, e li spinge ad agire.

In questo processo educativo, che attinge a piene mani nella Dottrina sociale della Chiesa, si è sostenuti dalla convinzione che educare le coscienze è il compito fondamentale della Chiesa e che spetta poi ai cristiani, singoli o associati, particolarmente ai fedeli laici, inserirsi intimamente nel tessuto della società civile e “inscrivere la legge divina nella vita della città terrena” (Gaudium et spes, 43). I giovani bisogna educarli a «immettersi concretamente nell’esperienza del sociale, attraverso forme di volontariato, di aggregazione culturale, di cooperazione, perché propongano, esperimentino, incidano sul futuro della loro terra» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 30).

6.3. Esprimere gesti concreti: idee imprenditoriali e reciprocità

Il Progetto si caratterizza per la capacità di innestare nella vita del giovane un processo virtuoso, che parte dall’annuncio del Vangelo, passa attraverso un impegno di formazione culturale e culmina nella capacità di mettersi insieme per realizzare gesti concreti di solidarietà e rapporti di reciprocità. Ciascun giovane, sorretto dalla comunità cristiana, rinvigorisce la speranza e smentisce la sfiducia nella certezza che il futuro è «riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et spes, 31).

Accogliendo le indicazioni dei Vescovi italiani, che invitano a percorrere «le vie della comunione, della solidarietà e della cultura… per superare le fratture esistenti tra Nord e Sud, nella Chiesa e nel Paese» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 36), ma anche per sconfiggere «pregiudizi, polemiche, vittimismi, presunzioni di superiorità, atteggiamenti di rigetto» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 24) e risanare ferite antiche e nuove, le diocesi attraverso il coinvolgimento attivo delle tre pastorali e delle associazioni realizzano gesti concreti di solidarietà, per inverare nei fatti i principi della fede.

Tali gesti concreti non pretendono di risolvere i problemi che non sono di competenza specifica della Chiesa, ma vogliono essere dei segni autentici da intraprendere per giungere a soluzioni corrette, e stimoli adatti a risvegliare nella coscienza di tutti gli uomini la responsabilità e le capacità al servizio della collettività. Sono spazi d’impegno che rendono presente la pedagogia dei segni, dove si intrecciano fatti e parole, insegnamento ed esperienza: «Si tenga conto di alcune significative proposte emerse a Palermo: promozione del “terzo settore”, forme di risparmio solidale, di cooperazione e di imprenditoria a favore dell’occupazione giovanile, specialmente nel Sud del Paese; garanzie e servizi fondamentali da assicurare a tutti; legge organica per l’accoglienza degli immigrati; rilancio della cooperazione internazionale allo sviluppo; alleggerimento del debito dei Paesi poveri; allargamento del servizio civile; riconversione delle industrie belliche e divieto del commercio delle armi» (Con il dono della carità dentro la storia, 35).

L’impegno attuale è di sviluppare sempre più la promozione dei gesti concreti e incentivare i rapporti di reciprocità e di solidarietà tra le Chiese del Sud e le Chiese del Nord.

I rapporti di reciprocità sono vissuti in un’ottica di scambio di doni nella solidarietà che culmina nella comunione della carità, per superare i complessi tra una Chiesa che si sente povera e chiede aiuto e un’altra che si sente autosufficiente ma che dona e rimane sempre staccata dai problemi. «La comunione, generata dal Vangelo della carità non può essere circoscritta entro l’ambito di ciascuna Chiesa particolare. Dobbiamo intensificare anche la comunicazione e lo scambio dei doni tra le Chiese, a cominciare dalle nostre in Italia. Particolarmente urgente si fa oggi la cooperazione tra il Nord e il Sud d’Italia» (Con il dono della carità dentro la storia, 22).

Queste parole rappresentano lo scenario nel quale si muovono i rapporti di reciprocità tra le Chiese e sottolineano il ruolo delle comunità ecclesiali nel rispondere in modo creativo alle sfide del presente, sull’esempio di Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero» per noi, perché noi diventassimo «ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

Le Chiese del Nord sono abituate a donare dalla propria ricchezza, ma potrebbero ricevere da quelle del Sud valorizzando sempre più quella concezione conciliare di Chiesa particolare intesa come comunione di comunità e crescere nell’evangelizzazione reciproca e valorizzare la diversità e l’incontro tra comunità di culture, mentalità e tradizioni diverse. «Le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, di maniera che il tutto e le singole parti si accrescono con l’apporto di tutte, che sono in comunione le une con le altre» (Lumen gentium, 13).

La reciprocità e la cooperazione fra le Chiese diventa un segno di evangelizzazione nel Paese e rende visibile la carità che: «ha come frutti la gioia, la pace e la misericordia; esige la generosità e la correzione fraterna; è benevolenza; suscita la reciprocità, si dimostra sempre disinteressata e benefica; è amicizia e comunione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1829).

7. Il rilancio del Progetto nella crisi

Il Santo Padre Benedetto XVI ci offre una puntuale riflessione sul tema dell’attuale crisi: «Per superare la crisi economica e sociale che stiamo vivendo, sappiamo che occorre uno sforzo libero e responsabile da parte di tutti; è necessario, cioè, superare gli interessi particolaristici e di settore, così da affrontare insieme ed uniti le difficoltà che investono ogni ambito della società, in modo speciale il mondo del lavoro. Mai come oggi si avverte una tale urgenza; le difficoltà che travagliano il mondo del lavoro spingono ad una effettiva e più serrata concertazione tra le molteplici e diverse componenti della società. […] nel libro del Qoèlet leggiamo: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi” (4,9-10). L’auspicio è quindi che dall’attuale crisi mondiale scaturisca la volontà comune di dar vita a una nuova cultura della solidarietà e della partecipazione responsabile, condizioni indispensabili per costruire insieme l’avvenire del nostro pianeta» (Udienza ai Dirigenti della CISL, 31 gennaio 2009).

Al fine di rilanciare l’intero Progetto, anche alla luce dell’attuale crisi economica, appare prioritario per i tre Uffici nazionali promotori custodire il Progetto da ogni strumentalizzazione e trasmetterlo nella fedeltà alle intuizioni iniziali (evangelizzazione, formazione, gesti concreti e rapporti di reciprocità), curando sempre più i rapporti con le sedi nazionali delle associazioni e con i coordinamenti regionali e incentivare a un sempre maggiore coordinamento ai vari livelli (nazionale, regionale, diocesano). In autunno saranno effettuati gli incontri con i direttori diocesani delle tre pastorali per regioni, con la possibilità di partecipazione dei referenti delle filiere.

Elementi fondamentali del rilancio del Progetto ai vari livelli e nel rispetto delle competenze delle tre pastorali, delle filiere delle associazioni e degli animatori di comunità sono i seguenti:

- continuare ad annunciare il Vangelo della vita e della speranza ad ogni uomo, rafforzando il lavoro sull’evangelizzazione con l’impegno di coinvolgere sempre più associazioni ecclesiali, ridestando la fiducia nelle persone e nelle istituzioni presenti sul territorio;

- incentivare la formazione attraverso i corsi base (Cisl-Gioc) e i corsi per animatori di comunità (da eseguire anche a livello regionale e con l’aggiunta di proposte per campi estivi), rafforzando il lavoro tra le filiere e con una rinnovata presenza della filiera della formazione nelle regioni;

- rilanciare i gesti concreti a livello diocesano attraverso un corretto sviluppo del coordinamento diocesano (tre pastorali, filiere, animatore), nella cura dei gesti concreti già avviati dal Progetto, incentivare l’attenzione verso i servizi alle persone e ai disabili, l’utilizzo di terreni confiscati, la creazione di musei diocesani, la cura dell’ambiente, dei percorsi d’arte e del turismo sociale;

- ripartire con i rapporti di reciprocità tra Nord e Sud nella solidarietà e responsabilità reciproca, coinvolgendo il coordinamento regionale e le associazioni;

- rafforzare i coordinamenti regionali, che dovranno sempre più curare la formazione degli animatori e rapportarsi con le diocesi e le associazioni, per preservare l’autenticità del Progetto, sostenuti dalla presenza di un segretario regionale che svolge il proprio mandato per tre anni.

8. Un’idea che si organizza e diviene impresa

Il Progetto, attualizzando l’invito a crescere insieme lanciato con lungimirante lucidità dai Vescovi italiani nella nota Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà del 1989, si è radicato nella maggior parte delle diocesi del Mezzogiorno (Abruzzo-Molise, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia). Ha promosso la nascita di oltre 400 esperienze lavorative (consorzi, cooperative, imprese…) che danno lavoro a circa 3000 giovani e che hanno il senso di tracciare una strada possibile, di ridare fiducia alle persone, di proporre un modo diverso di vivere l’impegno civile, di richiamare all’assunzione di responsabilità individuali e comunitarie.

I corsi realizzati e le centinaia di cooperative sorte in 14 anni di attività del Progetto dimostrano il valore economico e sociale dell’iniziativa ecclesiale, ma ancor di più le migliaia di giovani, soprattutto donne, coinvolte attivamente sono testimonianza di crescita culturale nella speranza, nella legalità e nella solidarietà.

Il Progetto continua a caratterizzarsi per la valorizzazione della donna come protagonista della redenzione sociale nel Sud e profonda costruttrice di storia quotidiana, nella pazienza dei giorni e nella fatica delle opere. «La donna ha una “ministerialità” sociale straordinaria. Il Sud attende questa fecondità d’amore contro gli artifici della società dell’intrigo, della violenza e del vuoto di valori» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, 31). La presenza di tantissime donne nei corsi di formazione e nelle cooperative realizzate nell’ambito del Progetto fa fiorire la pronta partecipazione, l’accoglienza delle diversità culturali, la promozione degli umili, l’attenzione ai poveri, il dono di sé, il sapersi sprecare nei rapporti umani, la capacità del dialogo e di solidarietà.

Nel corso del Convegno “Chiesa del Sud, Chiese nel Sud”, svolto a Napoli nei giorni 12-13 febbraio 2009, con la partecipazione di vescovi e laici di Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia radunati a vent’anni dal documento della CEI Chiesa Italiana e Mezzogiorno per riflettere sul Mezzogiorno e aprire nuove prospettive di futuro per il Paese in ascolto del Vangelo, il Progetto ha avuto grande visibilità nelle relazioni e negli interventi.

«Un’idea che si organizza e diviene impresa, in grado di sopravvivere, se può farlo senza favori particolari ed oscuramente ottenuti, è un fatto di libertà, una palestra di indipendenza… bisogna far nascere e crescere non solo le imprese, ma anche il tasso di imprenditorialità diffusa… speciale attenzione da riservare nei confronti di alcuni segni di vitalità che si notano nell’agricoltura di qualità e nel turismo. Sotto questo riguardo l’esperienza condotta nel “Progetto Policoro” merita di essere, in primo luogo, conosciuta e valorizzata, e poi moltiplicata per cinque, dieci volte» (Relazione del Prof. Piero Barucci, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato).

«Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, quella che è probabilmente la più importante delle iniziative promosse dalla Chiesa italiana in rapporto al documento del 1989. Ci riferiamo al Progetto Policoro… Con la sua carica formativa – e non soltanto a livello lavorativo, ma in quello ben più ampio di un’evangelizzazione dei giovani che valorizzi e faccia sbocciare al tempo stesso le loro potenzialità umane, il Progetto è stato forse il più brillante esempio di quello che, partendo dal livello spirituale e culturale, si può ottenere anche sul piano sociale ed economico.

Ma il significato del Progetto Policoro va in qualche modo al di là della sua funzionalità operativa… Rappresenta infatti un esempio di impegno pienamente laico, in cui il Vangelo fa sentire la sua presenza non all’interno del tempio, ma nella vita economica e sociale di un popolo, senza però per questo rinunziare mai alla propria identità. Rappresenta, al tempo stesso, un atto di speranza nel futuro, di fiducia nella storia del Meridione, perché punta sui giovani e non in modo assistenziale, ma rendendoli protagonisti del loro riscatto e di quello della loro terra. Infine, costituisce un bell’esempio di comunione tra le Chiese italiane e di sinodalità» (Relazione del Prof. Giuseppe Savagnone, Direttore Ufficio Pastorale della Cultura, Palermo).

Anche S.E. Mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza - Muro Lucano - Marsico Nuovo, vicepresidente CEI, nelle Indicazioni di percorso a conclusione del Convegno non ha mancato di sottolineare l’importanza del Progetto, che «ha permesso in questi anni a molti giovani di sperimentare il gusto di un lavoro creato con la propria abilità». «Il Progetto Policoro, come è stato più volte notato, costituisce una nota molto positiva in questi ultimi anni. Esso ha saputo donare a molti giovani meridionali il riscatto dalla dipendenza e la gioia della creatività nel lavoro… Dovrà costituire, infatti, un elemento di forte cambiamento sociale affinché possano finalmente affermarsi, anche nel Mezzogiorno, la cultura dell’impresa e lo spirito dell’autentica cooperazione».

9. Tessere con pazienza la speranza

Concludo con un’immagine che traggo dal tragico terremoto che ha colpito L’Aquila. Una vecchietta tratta dalle macerie ha candidamente confessato che continuava a lavorare all’uncinetto. Nelle sue mani e nel suo “fare” l’uncinetto possiamo vedere un’immagine della speranza, così come la descrive Bernanos: «La speranza. Ecco la parola che volevo scrivere parlando dei credenti e dei poveri. I poveri hanno il segreto della speranza. Mangiano ogni giorno dalla mano di Dio e quindi devono sperare sempre, sempre. Gli altri uomini desiderano, esigono, rivendicano, e chiamano tutto questo speranza, perché non hanno né pazienza, né intelligenza, né amore, e non vogliono che godere. Ma l’attesa del godimento non è speranza è piuttosto delirio, è ossessione. D’altra parte il mondo moderno vive troppo in fretta, non ha più tempo di sperare. Il mondo non ha più tempo di sperare, né di amare, né di sognare. Solo i poveri sperano per tutti noi, come solo i santi amano e sperano per tutti noi. La traduzione autentica della speranza è nelle mani dei poveri, come il segreto del merletto, che le macchine non riescono mai ad imitare, è nelle mani delle vecchie operaie di Bruges» (Enfants, 899).

Auguro a me e a tutti voi di saper vivere nella pazienza di saper tessere nuove relazioni e opportunità, di crescere ogni giorno nella fiducia in Dio per ricevere dalle sue mani il dono pieno della speranza.

Il Progetto Policoro da sogno di don Mario è diventato un’idea che si organizza, diviene impresa e fa germogliare la speranza, a tutti noi rimane il compito di custodirlo come un dono perché continui a essere per le nostre Chiese accoglienza e profezia del nuovo che emerge all’orizzonte del Sud per l’intero Paese.

don Angelo Casile

Campobasso

13 maggio 2009