Diocesi di Termoli Larino

Riportiamo di seguito un articolo di  Giuseppe Mammarella, Responsabile del nostro Archivio Storico Diocesano, il quale, riflettendo sul “pericolo siccità” che in questo periodo sta interessando anche la nostra Regione, fa riferimento ad una situazione quasi identica esposta in una   Lettera pastorale del 1901.


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Un’aridità, causata dalla totale mancanza di piogge ristoratrici, ancor più allarmante di quella che interessa oggi anche la nostra Regione, nel Larinese si registrò nei primi mesi del 1901.

Un grido generale di dolore giunse allora al Vescovo di Larino mons.  Bernardino Di Milia che, commosso dai “gemiti” di quel “popolo atterrito”implorò dal Cielo la sospirata grazia di abbondanti piogge e, al termine della prima decade del mese di maggio, indirizzò al Popolo della sua amata diocesi, un’apposita lettera pastorale.

Quel “terribile flagello”, che minacciava lo “sterminio”delle già “desolate campagne”si affacciava “come uno dei peggior castighi” poiché si trattava quasi di “un incendio della terra e dei suoi abitanti”.

Trascorse le festività pasquali, furono subito ordinate le consuete preghiere “ad petendam pluviam”che la Chiesa era solita fare in occasioni del genere e, qualche giorno dopo, fu disposta la celebrazione di un solenne triduo, in tutti i sacri edifici della diocesi di Larino, con l’esposizione del Santissimo e la recita delle Litanie dei Santi.

A conclusione del triduo si tenne, nella città frentana, una processione penitenziale con la statua dell’Addolorata, venerata nella parrocchiale di Santa Maria della Pietà, alla quale prese parte il Vescovo, il Capitolo cattedrale, tutto il clero diocesano, il seminario ed “ingente moltitudine di popolo” accorso a Larino da ogni parte della diocesi.

Il corteo raggiunse “il Sacro Monte Calvario, dove molte lagrime furono versate alla vista di quello non più ridente ma squallido panorama, che offrivano da quell’altezza le vaste sottoposte campagne del feracissimo Agro Larinese, e limitrofe contrade, sino alle spiagge dell’Adriatico”.

Il Presule, con la citata pastorale, cercò di illustrare anche le regioni per cui l’Onnipotente continuava “irato a percuotere la terra ed i suoi abitanti”.

La cagione di ogni male era, a suo dire, la superbia, che rendeva “l’uomo simile a Lucifero, e perciò degno di tutti i castighi, ed indegno di ogni grazia”.

Rinnovò dunque, l’invito dell’Apostolo Pietro che recita testualmente: “Dio resiste ai superbi, e dà la grazia agli umili”.
“Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, gittando in Lui ogni vostra sollecitudine, perocchè Egli ha cura di voi”.

Volle ricordare anche, in quella circostanza, “il terribile oracolo del Profeta, che spiegava la vera cagione del frequente castigo della siccità: cioè l’abbandono della Casa di Dio, per raccogliersi in casa di giuoco, e di vizi. – La Casa di Dio è deserta, egli diceva, gli uomini, orgogliosi, credono di bastare a se stessi, e di non aver bisogno nemmeno del Creatore, per onorarlo nella sua Casa: ed ecco perché tutto si dissecca, tutto languisce, e muore per totale mancanza di acqua: Domus Dei deserta est … et ecce siccitas - …”.

Occorreva, quindi, per mons. Di Milia, tornare prontamente e sinceramente a Dio se si voleva placare la sua collera.

“Quale afflizione e spavento - scrisse il Presule nella pastorale – “non produce ad ogni cuore, la vista di questi due astri maggiori e meravigliosi del Cielo, il Sole e la Luna? Cioè gli astri più benefici della creazione appellati -Rettori del mondo- e adorati quai –numi- dai più antichi idolatri, divenuti per divino comando due agenti di distruzione; l’uno e l’altro per una serenità, sì persistente di giorno e di notte, da produrre questo pubblico terrifico flagello che deploriamo, e che costringe anche i languenti animali e le assetate campagne ad alzare grida lamentevoli al loro Creatore per far cessare le vendette che compiono sulla terra que’ due astri del firmamento […]”.

Deh Signore - concluse mons. Di Milia -, “si plachi finalmente il tuo giusto furore! Ed ecco tutto questo popolo contrito ed umiliato al Tuo cospetto, che domanda mercè”.

Fortunata coincidenza! Mons. Di Milia ebbe la grande gioia di poter fare aggiunge una nota, in calce alla lettera pastorale ancora fresca di stampa.

Una copiosa pioggia allietò allora gli abitanti di Larino e zone limitrofe, motivo per cui il popolo fu invitato a partecipare al canto di un solenne “Te Deum”di ringraziamento ed a chiedere l’aiuto divino per impedire nuovi disastri che interessavano allora altre parti d’Italia dove, dopo il lungo pianto per le acque che mancavano, in quel periodo si soffriva per i violenti nubifragi che non cessavano e per altre gravi disgrazie.
 
                                                                Giuseppe Mammarella
 
 
 
 
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