Diocesi di Termoli Larino

Il mese di novembre inizia con due celebrazioni importanti : il primo giorno del mese la solennità di tutti i Santi, un momento prezioso per ricordare ad ogni cristiano la sua vocazione alla santità, e il 2 novembre, giorno che la Chiesa  dedica alla commemorazione dei defunti, giorno di preghiera per tutti i nostri fratelli che hanno lasciato questo mondo per l'eternità  e di riflessione profonda sul senso della vita.

Il 2 novembre, sul sagrato della Cappella del Cimitero a Termoli, il Vescovo Mons. Gianfranco De Luca ha celebrato una Messa in suffragio di tutti i defunti alla quale in tanti hanno partecipato in comunione con i propri cari che non ci sono più.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi dell'omelia del Vescovo.

“Chi  confida nel Signore non resta confuso”
La parola di Dio risponde alle nostre attese, quele più profonde e vere ed illumina la nostra vita, apre percorsi per la nostra esistenxa, ci porta oltre quello che i nostro sensi percepiscono e quello che il nostro cuore non riesce ad accogliere  pienamente, come la morte di una persona cara, la  nostra morte, quei legami che si spezzano, quelle amicizie che si interrompono, quella relazione che non c’è più se non nel ricordo.

E la Parola di Dio risponde a tutto questo,  oggi attraverso le letture che abbiamo ascoltato, ricordandoci un dono, quello  che abbiamo ricevuto e che costituisce la nostra vita. Lo fa con tre immagini, quella  del banchetto finale, quella del cammino verso la pienezza (2^ lettura), questa evoluzione, questo progresso nel quale siamo inseriti, e poi l’immagine del giudizio universale.

Se nella prima immagine troviamo la meta, nella seconda troviamo il dinamismo che ci porta verso questa meta, nella terza immagine, quello del giudizio universale (il Vangelo), troviamo la via per arrivare ad essa.
Partiamo dal dono che abbiamo ricevuto ( ce lo ricorda Paolo nella seconda lettura)  : “ tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio”  e  “voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi, ma di  figli adottivi   per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre.

 Siamo figli di Dio!  Questo dipende non da noi, certamente, ma solo da Dio che ci ha creati, ci ha chiamati alla vita perché siamo suoi figli, ci ha scelti.

E’ un atto liberale, gratuito di Dio, del suo amore infinito per ciascuno di noi. Grazie al dono dello Spirito Santo, soffio vitale che ci ha fatto vivere e che abbiamo ricevuto nel Battesimo, possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo  Abbà, papà, come ci ha insegnato Gesù.

E  “se  siamo figli di Dio, siamo anche suoi eredi “.  Siamo chiamati tutti  e  ciascuno a quel  banchetto di cui ci parla il Profeta Isaia nella 1^ lettura : “Il  Signore preparerà su questo monte il banchetto per tutti i popoli”.

Nessuno è escluso dalla comunione con Dio ! ( è questo il significato di banchetto) Tutti i popoli sono invitati.
Due domeniche fa abbiamo ascoltato questo annuncio nel Vangelo che presentava la parabola del Banchetto di nozze.  Tutti siamo invitati al   banchetto,   giusti e peccatori :  “….andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze…..” Li manda nei crocicchi, negli incroci della città, cioè in tutte le dinamiche, in tutti i luoghi  fondamentali della vita. Nessuno è escluso dalla comunione con Dio.

Questo accade  “ oltre “ la morte, perciò la morte non è una parola definitiva, proprio perché siamo figli di Dio.  Dio è fedele a se stesso : Egli non crea per la morte, ma per la vita, e la vita è Lui stesso, perciò è partecipare della Sua vita.  Paolo ce lo racconta quando dice che siamo “ eredi “ e che l’eredità ci attende.

La morte c’è ed è un evento doloroso, ma è come un velo attraverso il quale si passa per entrare in una realtà più profonda, più vera, l’unica vera, quella della comunione con Dio, per la quale siamo creati.

“La creazione geme come per le doglie del parto”: dentro questa creazione anche noi siamo inseriti, nel partecipare a queste doglie, ma anche come primizia verso la quale tutto l’universo si rivolge per contemplare la sua realizzazione, il suo compimento.

C’è un dinamismo nel quale siamo inseriti dal giorno della nostra nascita e al quale contribuiamo nel corso della storia, ognuno di noi per un tratto; ma c’è un percorso di generazione nuova, di rigenerazione, di compimento della vita,del creato perché Dio nella comunione con Lui porta tutto quello che ha creato. Non è esclusa alcuna cosa dalla gloria di Dio. Nelle Scritture, infatti, si parla di cieli nuovi e terre nuove. Siamo ancora in questa gestazione, ma a quel  banchetto parteciperà tutto il cosmo, e parteciperà grazie a noi, attraverso noi. Infatti, la persona  (noi) ha un compito all’interno della storia e all’interno del cosmo.

Tutta la terra aspetta la rivelazione dei figli, cioè il nostro compimento. Noi siamo parte di un tutto. Non possiamo sottrarci a questo tutto. Ne consegue il compito che abbiamo di prenderci cura del creato, della storia: non posso dire non mi interessa, perché mi è stato affidato, ne sono partecipe; quel pezzetto di storia, quel pezzetto di creato nel quale sono inserito si compie anche attraverso la mia responsabilità.

Se questo è il dinamismo, c’è una strada da percorrere ed è quella di cui ci parla il Vangelo.
Le “doglie del parto” sono i momenti di crisi che incontriamo nella nostra vita, nelle relazioni anche familiari,in quelle che viviamo come società. Sono esplosioni di violenza, di guerra….. che denunciano che non siamo sulla via giusta.
E qual è la via giusta? Torniamo al Vangelo : la via giusta  è la fraternità vissuta concretamente.

Gesù si è fatto fratello nostro e noi lo incontriamo soprattutto in quello che fa più fatica, in quello più debole.
Ecco, allora, la sfida della fraternità. Abbiamo ancora la mente e il cuore turbato da ciò che è successo a New York, Sotto c’è una fraternità non vissuta, e la storia è piena di fraternità non vissute.
E’ il negativo!
Ma noi cristiani, nella consapevolezza di essere figli  del Padre e quindi fratelli tra noi, siamo e dobbiamo essere quel lievito di fraternità all’interno della società. Fraternità che abbraccia tutti e tutto, niente esclude, come ha fatto Gesù che è il fratello universale perché ha abbracciato tutto,  nemmeno il nostro peccato ha escluso e lo ha pagato Lui.

Facendoci fratelli rispondiamo dunque all’amore col quale Gesù si è fatto nostro fratello.

E’ la strada dell’accoglienza, della condivisione, della comunione.

Dal   banchetto, pertanto, ci si può soltanto autoescludere.
E chi si autoesclude?  Colui che non porta la  veste bianca, colui che rifiuta la condivisione, come ci insegna la parabola degli invitati alle nozze.
Solo la chiusura del cuore, dunque, ci esclude dal  banchetto; solo l’amore e l’amore per l’altro ci fa invece commensali.
Sta a noi uscire da noi stessI, attraverso la condivisione, ed entrare al banchetto, in quella gioia, in quella pienezza e diventare nella vita di tutti i giorni  quel lievito di fraternità  che ci prepara all’incontro definitivo e pieno con il Padre di tutti e di ciascuno.
pubblicata in data