Diocesi di Termoli Larino

Ieri, 28 marzo 2018, nella Chiesa di San Francesco di Assisi a Termoli,  la  comunità diocesana si è raccolta intorno al Vescovo Mons. Gianfranco De Luca, nella solenne Concelebrazione Eucaristica della Messa del Crisma, esprimendo, così, l'unità della nostra Chiesa locale.

Desideriamo riportare di seguito l'omelia pronunciata dal nostro Vescovo.

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" La liturgia della Settimana Santa è così ricca di personaggi e di segni che affollano la scena evangelica con la loro significativa densità, tanto che alcuni di essi possono facilmente sfuggire alla nostra attenzione. Stasera vorrei posare lo sguardo insieme a voi su due di essi: l’asino e il vasetto di alabastro pieno di profumo di puro nardo, così come ce li consegna il Vangelo di Marco la cui lettura ci sta accompagnando in questo anno liturgico.

Entrambi questi “segni” li abbiamo trovati all’inizio della Settimana Santa quando, domenica scorsa, abbiamo rivissuto l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ma essi, a ben vedere, possono concretamente aiutarci a leggere l’intero mistero pasquale;così come entrambi ci dicono pure qualcosa della realtà che stasera stiamo celebrando: il nostro essere popolo messianico, sacramento di Cristo nel mondo, come ci suggerisce la seconda lettura di stasera;inoltre, il dono della vocazione-missione cristiana, ossia della vocazione alla totalità dell’amore, vocazione questa che è la stessa per tutti i battezzati, siano essi presbiteri, consacrate e consacrati osposi. Pur nella diversità dei doni e dei ministeri che lo Spirito Santo suscita nella sua Chiesa, infatti è uno solo l’amore: quello del Cristo, al quale Egli chiama a partecipare per grazia anche tutti noi.

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 Nel Vangelo della Messa crismale pocanzi proclamato, abbiamo sentito Gesù presentarsi all’inizio del suo ministero come il Messia: «Lo Spirito del Signore è su di me» (Lc 4,18). Egli è infatti colui che dà compimento alle attese messianiche già espresse dal profeta Isaia, come abbiamo ascoltato nella prima lettura. Nella narrazione di Marco è evidente come Gesù vogliaschivare questo titolo, mettendo a tacere quelli che glielo attribuiscono e intervenendo in maniera determinata e decisa quando Pietro, che aveva appena confessato la sua messianicità,evidenzia una comprensione politico-sociale dello stesso titolo. È sempre in agguato nella relazione con Gesù e nella lettura della sua missione la chiave interpretativa del potere e del domino. Così come nel vivere e interpretare la missione della Chiesa quella del prestigio e dell’affermazione di sé.

Ma vi è un momento della sua vita in cui Gesù lascia che questo “segreto” venga svelato, anzi venga addirittura quasi “gridato” dalla folla: è quando egli entra a Gerusalemme, sul dorso di un puledro figlio d’ asina! «Il Signore ne ha bisogno» è la giustificazione data dai discepoli inviati prenderlo.

L’asino è un animale che è caricato di pesi che non sono suoi, è l’animale del servizio quotidiano e sa qual è il suo lavoro: portare i pesi per gli altri.L’asino, scelto in alternativa del cavallo e del carro che accompagnavano le sfilate dei trionfatori, dice l’irriducibilità di Gesù e della sua missione ai criteri del mondo: lui è colui che serve, contrariamente ai dominatori e vincitori di questo mondo che si servono degli altri e si fanno servire da loro.

In questo modo Gesù fa vedere che la sua gloria è l’umiltà, la sua potenza è l’amore, il suo dominio è il servizio. Le caratteristiche dell’asino dicono le caratteristiche del messianismo di Gesù: è il primo in quanto ultimo e servo, dà la propria vita in riscatto di tutti, il suo titolo regale appare sulla croce, e solo nella sua morte si potrà comprendere che è il Signore.

Entrando a Gerusalemme tra la folla osannante, Gesù si presenta come il Messia, il re che viene. E, a differenza del resto del Vangelo, non fa nulla per impedire che si sappia. Perché? Perché finalmente ora può mostrare di che natura è il suo essere Messia, e qual è lo stile del Regno che viene a instaurare: «umile cavalca un asino, un puledro, figlio d’asina». L’umiltà, il servizio: ecco la chiave interpretativa che ci permette di comprendere in che senso Gesù è veramente Messia.

Ma oltre ad essere chiave interpretativa della giusta comprensione della messianicità di Gesù, l’asino diventa quasi una figura cristologica: Gesù stesso si identifica in un certo senso con questo animale quando prende su di sé la nostra umanità, quando si carica sulle spalle il peso delle nostre colpe per cancellarle definitivamente sulla croce. È lì che Gesù, caricandosi del male di tutti, compie la sua missione di «portare il lieto annunzio ai poveri, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia» (Lc 4,18s).

Se questa è la modalità di Cristo Gesù, essa è anche la modalità della Chiesa suo sacramento nella storia, la modalità di ogni comunità cristiana e di ogni discepolo.Nel suo racconto, Marco dice che gli inviati trovarono l’asino, lo slegarono e lo portarono a Gesù. Matteo parla di due asini che vengono slegati e portati a Gesù: quello che avrebbe cavalcato Gesù e un altro, quello che possiamo e dobbiamo cavalcare noi-Chiesa. In questo slegare e portare a Gesù, cogliamo la liberazione della nostra somiglianza con Dio che sta nel servire.  Il cristianesimo è libertà di amare, di servire, di appartenere all’altro. Nel servizio non c’è contesa, la contesa c’è per il potere. Il servizio è l’unico modo per far scomparire la competizione e la violenza.

Quale Chiesa emerge allora da questo stile? Una Chiesa credibile perché vive l’esortazione di Paolo: «Portate gli uni i pesi degli altri» (Gal 6,2), parafrasando dove l’uno per l’altro è asino, somaro. Una Chiesa che serve, prendendo su di sé le esistenze delle persone, senza condizioni e preclusioni. Una Chiesa – come dice papa Francesco – «sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza».

Una Chiesa che non si organizza e struttura sui suoi programmi, ma è attenta e si lascia provocare da quello che accade sulla strada, tra la gente e, nelle scelte e nelle sue azioni, è mossa solo dalla compassione, che porta a farsi carico dell’altro.

Carissimi fratelli presbiteri, è con ammirazione e profonda gratitudine che mi rivolgo a ciascuno di voi. Nella dedizione e nella donazione di tanti di voi scorgo, e con gioia riconosco, i tratti della missione di Gesù Cristo e il volto della Chiesa sua Sposa, nelle vostre stanchezze il peso del carico affidatovi. Proprio dalla contemplazione di Cristo-servo, che ci ha scelti e chi ha chiamato amici, viene ridata al nostro cuore la certezza di essere amati quando eravamo ancora schiavi del nostro egoismo, legati al nostro tornaconto, appesantiti dai nostri peccati… un amore gratuito che ci ha slegati dalle nostre paure, dai nostri limiti, ci ha resi figli, riabilitandoci, alla pienezza dell’amore.

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Carissimi fratelli e sorelle, è proprio l’accadere di un amore così la ragione del nostro raccoglierci qui, stasera; esso è fondamento della nostra esistenza quotidiana, che ci porta ad identificarci, singolarmente e insieme, in quella donna che, sei giorni prima dalla Pasqua, mentre stava maturando il tradimento e la consegna di Gesù nelle mani dei suoi nemici che lo avrebbero condannato a morte, si presentò, durante la cena, nella casa di Simone il lebbroso a Betania. Compì gesti tanto arditi quanto dissennati, folli, tanto da irritare i presenti e scandalizzarli: «Quanto spreco» gridarono. Gesù definisce quel gesto “opera bella in me» (così il greco).  Questa donna è l’icona della sposa che accoglie lo sposo. Quello che l’economia del calcolo ed efficentista definisce “spreco”, nell’economia del dono rappresenta invece l’accadere della gratuità dell’Amore che ha come misura il tutto e come ragione l’amore stesso. In realtà questa donna è Vangelo accolto, infatti la fede è riconoscere Gesù povero e morente come salvatore e signore amandolo con tutto il cuore. Se avremo capito la Croce finalmente faremo come questa donna!

Il vero protagonista di quella scena è il profumo: invisibile e da tutti percepito, anche nel buio, comunica vicinanza, gioia di una compagnia, è il segno dell’Amore amante che è ri-amato, è cielo sulla terra.

Nel Cantico dei cantici si dice che il nome di Dio è “Profumo” – si dice che il suo nome è “nardo effuso”. Dio è profumo perché è amore, si dona. Ma Dio che è amore non può vivere sulla terra, perché di amore sulla terra non si vive, si muore. Dio che è amore vive dove è amato. Questa donna è la prima che lo ama. Questa donna lo genera, lo accoglie, lo fa vivere rispondendo all’amore con l’amore. È questo il punto di arrivo di tutto il Vangelo: Dio ha fatto l’uomo per amore, perché l’uomo lo ami e diventi come lui. Il suo profumo si effonde dove è amato. Dove non è amato non c’è amore, c’è la morte, non c’è profumo, non c’è Dio. Solo dove c’è amore c’è Dio.

La casa che si riempie di profumo è quella di Simone il lebbroso (secondo l’evangelista Marco; è quella di Lazzaro (secondo Giovanni): essa è l’immagine della umanità segnata comunque dalla morte, dove l’Amore riconosciuto e accolto espande il profumo della vita nuova che è Amore donato e accolto.

Carissimi sposi, consacrati e consacrate, carissimi presbiteri, la rinnovazione delle promesse sacerdotali, della consacrazione religiosa e del patto nuziale, incastonata nella Messa Crismale è nel segno dell’Amore riconosciuto e accolto, con tonalità e modi diversi, ma tutti, comunque, segnati dalla totalità che porta a consegnare la propria vita all’Amore che, per primo, ci consegna la Sua. È questo il profumo che possiamo-dobbiamo effondere nel mondo. Come scrive l’apostolo Paolo: «Infatti, agli occhi di Dio noi siamo il profumo di Cristo, che si spande fra quelli che ci stanno attorno, sia quelli che sono sulla via della salvezza, sia quelli che vanno verso la perdizione. Per quelli che non sono salvati, siamo come un odore di morte che dà la morte; mentre per quelli che conoscono Cristo, siamo un profumo di vita, che dà la vita» (2Cor 2,15-16).

Dobbiamo-possiamo essere e testimoniare l’irrompere del Gratuito nel mondo e tra gli uomini, un gratuito che abbiamo ricevuto e accolto e grazie al quale siamo «uomini integri, mandati da Dio, che parlano con sincerità, con la potenza di Cristo, sotto gli occhi del Signore» (2 Cor 2,17).

Sappiamo che questo corrisponde ad un gesto di amore folle, senza calcolo, sapendo che andiamo incontro al rifiuto e non all’applauso. Ma non possiamo non fare quello che Gesù ha fatto per noi, solo così lo facciamo abitare tra noi e nel mondo.

Non possiamo rimanere nella logica del “ragioniere”, di colui che continuamente si chiede: e a me, che me ne viene in tasca? Viviamo nella logica dello “spreco d’amore”, di un amore che si dona senza misura né calcolo. Un amore che sa farsi carico dei pesi dell’altro.

Viviamo da oggi con rinnovato slancio questa misura alta dell’amore, come singoli e come Chiesa di Dio che è in Termoli-Larino. Facciamolo insieme, perché anche di noi il salmista possa cantare:

 

«Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!
È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
[…] Là il Signore manda la benedizione
e la vita per sempre» (Sal 133)

 E così sia! "







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